Io

I suoi ultimi 60 giorni, il mio limbo

Tecnicamente sono stati 120, più o meno, i giorni che gli sarebbero rimasti. Lui era stato insolitamente pessimista: se n’era dati 60. Non ha comunque sbagliato di molto, anche perché non era difficile capirlo che il fegato avrebbe ceduto da lì a poco in maniera definitiva, mandando a puttane tutto e spegnendo per sempre una mente brillante, perennemente affamata di sapere. Non è certo un caso che l’appunto l’ho trovato scritto sul secondo volume della “Storia d’Italia” di Montanelli, in quel periodo rieditata dal “Corriere della Sera” a due anni dalla dipartita di quello che è considerato il più grande giornalista di tutti i tempi, avvenuta nel 2001. Uscivano settimanalmente col quotidiano di via Solferino. Ero proprio io, su sua richiesta, ad andare in edicola. Poi, accompagnato da mia madre, portavo i libri in ospedale insieme ai tanti altri che richiedeva, tra cui Bukowski (che adorava), la “Poesia italiana”, una raccolta di diversi volumi che riprendeva la poetica nostrana a partire dal duecento (abbinata a “la Repubblica”), Neruda e altra roba che non ricordo. Poterli sfogliare oggi, a distanza di 13 anni, mi provoca sentimenti contrastanti perché da un lato lo rivivo attraverso le sottolineature dei passaggi che evidentemente più lo colpivano, dall’altro però, con gli appunti che inseriva negli spazi bianchi, lo ritrovo nella sua intimità più fragile ed emotivamente devastante. Per lui allora quanto per me oggi.

Quando mi è capitato di leggere per la prima volta il diario che teneva ai tempi dell’università a Firenze (dove non si laureò perché visse gli anni ’70 come si vissero allora, con alle spalle una ricca famiglia borghese e fascista che lo sosteneva ma dalla quale lui voleva ideologicamente fuggire, finendo poi per laurearsi in filosofia a Bologna dopo cinque anni passati a (non) studiare ingegneria a Firenze per volontà del padre) dove appuntava di tutto, dai demoni interiori alle sue scopate, dai sui viaggi alle sue serate, passando per il rapporto coi genitori e via dicendo, la prima reazione è stata la commozione ma subito dopo la consapevolezza di aver acquisito la sua parte più intima e incredibilmente insolita (è una fortuna – nella sfortuna – poter leggere il proprio padre ventenne). Ma con una differenza: a scrivere quel diario c’era (appunto) un ventenne con un avvenire e alle spalle una famiglia fortemente acculturata che lo aveva formato ma che allo stesso tempo, dato il rigore culturale, lo opprimeva, e dunque un ragazzo che con la sua intelligenza e le sue fragilità decise di fare la rivoluzione (per quanto sbagliata e folle fosse); mentre ad appuntare quei libri c’era un uomo ormai maturo che, dopo una vita a mille (che mi accontenterei di vivere anche solo per metà), stava facendo i conti con la morte e con ciò che avrebbe lasciato: me. La cosa alla quale più teneva. A confermarmelo non solo i ricordi delle nostre giornate felici, quando ascoltavamo Paolo Conte o magari vedevamo film come “Il laureato”, “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, o addirittura “Trainspotting” che provocò le ire di mia madre, mentre noi ce la ridevamo, o ancora il mangianastri che passava “29 settembre” dell’Equipe 84”, ma anche le sue numerose agendine il cui protagonista, oltre al suo lavoro, ero io. Anzi, noi. I miei mal d’orecchio, le nostre foto, i miei compiti, i suoi giornali e dunque i miei “Squadra mia” che non perdevo mai in edicola insieme a “Forza Milan!” di cui conservo, intonse, tutte le copie.

Ed è proprio questo che rimpiango di più; è di questo che lo accuso – ammesso che di accuse si possa parlare – e cioè di avermi lasciato senza formarmi; di avermi lasciato soltanto l’odore di quella che avrebbe potuto essere la mia vita, il mio quotidiano insieme a lui, la mia formazione. Ho perso il mio maestro, più che mio padre. Perché è vero che non sono l’unico ad aver perso il papà, ma certo sono l’unico ad aver perso Mariano Belluomo Anello. Senza retoriche e pietismi di circostanza. Ho vissuto un misero pezzo di quella che sarebbe stata la mia vita insieme a lui. Una vita piena e vera. La sua esperienza mi avrebbe forgiato, le sue passioni contagiato, la sua saggezza salvato, la sua cultura arricchito, la sua intelligenza reso una macchina da guerra. Io gli avrei dato il mio amore. Come continuo a fare oggi, nonostante lui non possa saperlo perché non c’è più. E lui, ricambiando, mi avrebbe ceduto la sua vita vissuta (nel vero senso della parola), le infinite pagine lette, le tante capitali visitate, la storia vissuta, le donne fatte innamorare e quelle di cui si innamorò. Insomma, mi avrebbe dato la linfa necessaria per crescere come sento che avrei dovuto crescere. E invece no, soltanto l’odore, soltanto un piccolo assaggio, soltanto il rimpianto, soltanto gli appunti, le storie, soltanto il logorio della mancanza, il peso di ciò che sarebbe stato e non è stato, ma soprattutto il peso che la sua intelligenza mi ha lasciato. E dunque la ricerca spasmodica di ritrovarlo nelle canzoni, nelle persone, negli scrittori, negli amici, nei sogni (tanti, troppi sogni). Dappertutto. Tranne che in me. Perché una personalità così grande e ricca non può trovare casa in uno scheletro quale io sono.

– Scritto di getto, magari lo aggiornerò. 

 

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