Io

Il mio «No» è anche politico 

«Non sarebbe stato più semplice scrivere in Costituzione – come proponeva la minoranza – che il Senato era eletto dai cittadini, pur non dando più la fiducia al Governo?», si domanda il deputato dem Fornaro.

Sì, sarebbe stato più semplice se l’intenzione di questo Governo fosse stata quella di avere un vero Senato delle autonomie. Ma visto che l’intenzione è sempre stata quella di dar vita a un Senato che fosse espressione delle correnti di partito, la possibilità di eleggerlo direttamente non è mai stata presa in considerazione.

Adesso, che sembrano aver cambiato idea, dicono che la regolamentazione, per definire l’elezione dei senatori, non c’è perché ancora il nuovo Senato non esiste. Falso: anziché scrivere in Costituzione che i Senatori saranno scelti all’interno dei consigli, si sarebbe potuto scrivere «scelti dai cittadini». Le falle e le bugie sono evidenti così come evidente è l’approssimazione con la quale si è arrivati a questa riforma: tutta questa confusione è figlia della codardia del Pd e di Renzi che dimostrano, ancora una volta, di non avere nemmeno il coraggio di portare fino in fondo le proprie idee. Volevano un Senato scelto dai Consigli Regionali – come hanno scritto in Costituzione – ma poi si sono trovati costretti a cambiare idea e a parlare di doppia scheda (su proposta precedentemente inascoltata di un loro deputato che, tra l’altro, voterà “No”). Ma l’intenzione principale – lecita per quanto discutibile – era quella di un Senato scelto attraverso un’elezione di secondo grado così come accade oggi per le Province. È inutile nasconderlo. Anzi, è dannoso. Denota assenza di coraggio e di lealtà; conferma un’incapacità a giocare tutta la partita con le proprie carte; di portare davanti agli elettori la propria visione, il proprio progetto, senza paura dell’impopolarità. In Costituzione hanno scritto una cosa, poi, sondaggi alla mano, ne hanno promessa un’altra (che al momento non esiste nemmeno).

Sarebbe dunque questa la serietà di un partito che non perde occasione per irridere il modus operandi grillino? È questa l’opposizione alle urla di Grillo, ai congiuntivi di Dibba, alle mail di Gigino Di Maio?

Un partito codardo che gioca, a targhe alterne, con l’antipolitica («Se voti “No” sei con la casta» basterebbe per fare di Di Mail uno statista) non poteva che proporre una riforma truffa che, dietro la foglia di fico dei tagli ai costi della politica (dove l’ho già sentita questa?), nasconde disagi reali e cambiamenti apparenti. La parte comica è che hanno provato a fare del cambiamento la loro forza (come Renzi fa della sua età la sua più grande dote), riducendosi, conti alla mano, a portare avanti due soli argomenti: i costi della politica e le malattie gravi delle persone. Leggiamola bene: c’è una presunta super riforma della Costituzione il cui destino mediatico è sostanzialmente appeso ai soli costi della politica – riducibili attraverso leggi ordinarie – e a promuoverla non è quel populista di Grillo ma quello statista, di sinistra, di Matteo Renzi. E ovviamente a cascarci sono quelli che per non essere accostati ai grillini, ai populisti, voterebbero la qualunque. Hanno così paura di sentirsi scemi al punto da non rendersi conto della debolezza delle loro argomentazioni e dell’evidente cortocircuito di queste (se passasse il ‘Sì’ come li eleggeranno i sindaci?; come saranno scelti, nel 2018, i senatori del Veneto, della Campania, della Liguria, nel momento che in queste regioni non si voterà prima del 2020?). E ancora: se vincesse il ‘No’ l’immunità rimarrebbe per 950 parlamentari, in caso contrario l’acquisirebbero, senza alcun motivo, sindaci e consiglieri. Renzi invece l’ha posta diversamente: se vince il ‘Sì’ l’immunità l’avranno 750 parlamentari, col ‘No’ 950. Intanto il ‘No’ non aggiunge nulla ma lascia le cose come sono oggi (perché non è un un voto propositivo ma di opposizione, come è giusto che sia in una democrazia). Poi: il discorso non è quanti, tra deputati e senatori, avranno l’immunità ma perché di questa – alla luce di un Senato depotenziato e non eletto direttamente – ne goderanno donne e uomini eletti per fare altro e dove l’immunità non è mai esistita. È su questo che Renzi dovrebbe rispondere anziché dire che col ‘Sì’ ce ne saranno 200 in meno: a questo ci siamo arrivati tutti, caro statista.

È dunque evidente come il ‘Sì’ vincerà anche grazie a chi – giustamente – bolla Grillo come un populista ma poi accetta la propaganda ridicola di Renzi sui costi della politica e quella indecorosa sui malati di cancro. Perché un conto è rispettare – sacrosantamente – chi vota ‘Sì’ nonostante tutto, un altro è dubitare dell’intelligenza di questi davanti a un democristiano che dice: «Votate ‘Sì’ per mandare a casa la casta». È tutto così incredibile. Anzi, poco credibile: dagli attori protagonisti al contenuto della riforma che, spacchettata, qualche punto condivisibile ce l’avrebbe pure (la parte sui referendum, ad esempio) ma che presa intera si riduce a un guazzabuglio da respingere a tutti i costi. E non solo sul piano dei contenuti, ovviamente. C’è anche la questione politica da tenere in considerazione, nonostante venga usata per demonizzare le argomentazioni del ‘No’.

C’è un motivo molto semplice che fa di questa campagna referendaria anche un voto politico: l’assenza della riforma nel programma del 2013 che ha portato il Pd di Bersani alla possibilità di presiedere un Governo. Non è una riforma presentata agli elettori né tantomeno essenziale: è una brutta riforma utile a legittimare Renzi e il renzismo. Ovvero: noi in tre anni abbiamo fatto una marea di riforme, tra cui quella costituzionale, mentre voi (ma voi chi?) non avete fatto niente in 70 anni. E la personalizzazione fatta da Renzi altro non è che la conferma di un progetto politico volto a scalzare un’intera classe dirigente, il tutto attraverso lo scudo della riforma. Solo chi ha voglia di accettare i pasti del convento scambierebbe questo esecutivo per uno di tipo riformista e questa riforma per buona e necessaria; sono chiari come il sole lo stampo politico e il tentativo di legittimazione che si celano dietro questo obbrobrio di revisione costituzionale. Checché ne dicano Renzi, renziani, berlusconiani pentiti e sinistri senza fissa dimora: è più che lecito opporsi politicamente a questo tentativo di rottamazione mascherato da disinteressato riformismo. Perché se sui contenuti si gioca la pietosa carta dei costi della politica, dei malati gravi, delle strade sicure, sul fronte politico c’è poco da fare nonostante non si perda occasione per derubricare il tutto a antirenzismo. E sia chiaro: la parte politica di questo ‘No’ non si traduce in «Renzi a casa». Sarebbe da sciocchi. È un ‘No’ per impedire la conclusione di un progetto politico che ha usato lo strumento governativo per provare a legittimarsi anziché le urne. Stare al Governo e proporre una serie di misure economiche e riformiste per poi chiedere il voto è molto più semplice che chiederlo prima e andare al Governo. Senza tenere conto della matrice propagandistica di questi bonus, sempre a ridosso di consultazioni popolari (vedi gli 80€ alle europee 2014). Intendiamoci: non si sta recitando il mantra «Renzi non eletto da nessuno», si sta piuttosto ponendo l’accento sul progetto politico di quest’ultimo che ha pensato bene di riformare la Costituzione (e farlo male anche perché – come ammette Renzi stesso – costretto a scendere a patti con micro particelle come Alfano e Verdini) per potersi legittimare. Il punto non è la Costituzione intoccabile (per carità), quanto l’opportunità di riformarla in questi termini e a questi scopi. Passeremo da un rapporto Stato – Regioni pieno di contenziosi a uno che ne potrebbe aprire di altri (competenze esclusive di Stato e Regioni, nella nuova riforma, si scontrano); da un bicameralismo paritario a uno non definito con un finto Senato regionale che sarà appannaggio delle correnti di partito. E conseguentemente da un Pd ragionevole a uno col pedale dell’arroganza schiacciato; da un Verdini da rottamare a un Verdini rianimato. Per non parlare delle ripercussioni locali che avrà questo ‘Sì’ e dei modi adottati in Campania come in Calabria per portare voti a chi parla di cambiamento e democrazia a livello nazionale e poi tace davanti al clientelismo delle periferie culturali a cui si attinge per poter sopravvivere a tutti i costi.

E sì, il combinato disposto con l’italicum è un altro fattore da tenere in conto nel momento in cui si abbraccia alla riforma per volontà diretta di questo esecutivo assai ruffiano, molto populista e incredibilmente arrogante.

In altre parole, un voto nel merito a metà con uno sfacciatamente, orgogliosamente e ragionevolmente politico.

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