Io

Voglio diventare come lui

Ogni volta che trovo un suo scritto, una sua foto particolare, muoio dentro. Intanto perché devo interpretare tutto: significati, stati d’animo, sogni, impressioni. E poi perché quando leggo certe cose mi sale dentro un magone indescrivibile, un sentimento commosso, qualcosa che mi fa dire «gioia mia», come se io fossi il padre che ha perso il figlio e non il contrario. Lo amo troppo. Amo la sua bellezza, perché era bellissimo: fascinoso, irresistibile. E soprattutto amo, ammiro, la sua intelligenza. Sono devoto alla sua smisurata capacità di imparare tutto, perché innata. Alla sua straordinaria capacità di lettura: tanti libri, divoratore seriale di romanzi, classici, raccolte di poesie, italiane e straniere. Lettore di giornali e riviste. Cultore del latino e greco, li conosceva alla perfezione. Così come l’inglese: imparato da autodidatta e parlato divinamente (non a caso la prima persona che Micheal l’inglese conobbe appena arrivato a Crotone fu lui). Tutto ciò mi rende vivo, ma anche morto. Lo amo perché immenso, lo odio perché non è qui. È un sentimento bivalente, contrapposto.

Io, insieme a lui, avrei avuto bisogno del niente: della noia, del banale, perché con lui avrei imparato il di più, vissuto l’assoluto, conosciuto mondi inimmaginabili. E invece oggi non so niente, di lui, di me, del mondo, del passato. Lui cresciuto in una ricca famiglia adagiata sulla cultura, sul potere, sulla politica (figlio di fascisti, è cresciuto radicale di sinistra, non troppo attaccato al dibattito politico); mentre io ne ho assaporato per poco il sapore, annusato per tanto il solo profumo, vissuto mai davvero quello splendore che forse lui ha odiato. Troppo poco schematico, non amava la durezza della madre, le volontà del padre che lo voleva ingegnere. E per questo si ribellò: non si laureò in ingegneria a Firenze, dove sperperò denari, tra il mondo e la vita di quegli anni (parliamo del ’70, fate un po’ voi) ma a 29 anni in Lettere e Filosofia a Bologna, con un 108 a suon di trenta e lode (ogni tanto vedo il libretto e mi perdo immaginando lui in quegli anni, in quei momenti). Ciò che lo rendeva debole era proprio la famiglia, che sì amava ma che forse ha accettato troppo tardi. Non ha cercato la gloria in niente, ha sempre preferito vivere. Con la sua conoscenza non ha mai voluto arricchirsi, non ha mai voluto fare chissà che salto: troppo distante da certe logiche che invece suo padre viveva quotidianamente. Ha vissuto una vita piena, fatta di mille storie, mille vite, mille incontri. Da ragazzo borghese è finito a insegnare prima e poi, per sua volontà, in segreteria a scuola. Non ha mai smesso di imparare, di vivere come voleva, di soffrire e di essere felice. Ha avuto me. Mi ha amato. Mia mamma, dopo un’infinità di donne, che ha amato fino all’ultimo. È stato sfortunato, («gioia mia»). Mi ha lasciato a 54 anni. Mi ha privato della possibilità di ispirarmi a lui, di essere come lui, di imparare da lui, di viaggiare con lui, di conoscere le cose che sapeva lui. Insomma, mi ha privato di  quello che oggi continua a essere il mio sogno: essere, diventare, come lui.

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