Io

Uno sculchiano con le cuffie capace solo di essere banale, banale, banale

Oh mio Dio, questi giovani sculchiani improvvisati politici sono più fastidiosi della calura estiva. Gesù, che tristi. Leggere i loro commenti banalissimi, da ragazzetti arrabbiati, è uno strazio per gli occhi e per la decenza: cioè, alcuni di loro hanno incarichi istituzionali. Rendiamoci conto. E sì, sono invidioso di tutti gli eletti e non solo: da anni la covo verso quelli che hanno parenti in politica. In poche parole io scrivo e parlo solo perché stra – invidioso degli zii politici e potenti (eh?) e dei ggggggiovani che hanno conquistato uno scranno a Crotone. Non dormo la notte e pensate: quando sono in discoteca (ma dai, ci vado anche io?) rimugino su quanto vorrei essere un nipote di un politico o quell’intelligentissimo e preparatissimo, poco banalissimo, incredibilmente profondissimo, ragazzo che siede in maggioranza. Povero me, ho dei seri problemi con questa maledetta invidia che mi logora dentro e mi fa criticare tutti e tutto, senza logica, senza una giusta causa, senza ritegno. In maniera arbitraria e non giustificabile: d’altra parte come si fa a parlare di Renzi se nemmeno lo si conosce? Siete dei pazzi sconsiderati voi che osate: non importa che lui abbia un incarico pubblico, no: prima di potersi esprimere bisogna avere almeno un anno di conoscenza alle spalle, altrimenti è tutto frutto di invidie nonché privo di logiche e autorità. Facessero dei corsi accelerati almeno, così uno in due o tre mesi prende il brevetto dell’amicizia e poi, se proprio deve, avanza delle critiche. Sono arrivato addirittura a criticare il look e il tipo di movida che i gggiovani politici scelgono: non c’è rimedio, sono un poveraccio, uno che non riesce a staccare gli occhi da tutta quella magnificenza culturale, da quella grandezza politica, da quella capacità di analisi, di scrittura e di remix. Uffa, ma perché la Sculco non mi ha candidato? Non riesco a capacitarmene. E’ per questo che attacco Flora nonostante sia «l’unica crotonese in Consiglio Regionale». Che pensavate, che le mie fossero critiche libere e legittime? Illusi, è tutto frutto delle mie insofferenze personali verso la famiglia Sculco, il sindaco, il figlio grande di Vallone, il cugino di terzo grado di Marrelli, la cognata di Tonino Gentile e tutta un’altra serie di persone con le quali ho avuto, in un modo o nell’altro, dei problemi.

Bene, assodata la mia invidia, ora però sbrogliamo la matassa del ridicolo, del retorico, del banale. E’ troppo facile travisare le parole altrui e portare il discorso dalla propria parte così da risultare – agli occhi dei tantissimi portatori di nulla assoluto che hanno deliberato e accondisceso, il cui rapporto con l’attualità si ferma ai titoli del Corriere su facebook e a Uomini e Donne – pieni di benevolenza, brio, astuzia e improponibile modernità. Intanto mi fanno piacere tutti questi accostamenti a Travaglio (merito di un giddino, A.D. 2014): il punto è che io non riesco a paragonarvi a niente se non al ridicolo e al superfluo. Spero non me ne vogliate ma questo siete: contenitori di frasi fatte, bambocci incapaci di pensare autonomamente, cui unica ‘dote’ è essere attaccati alla gonnella del padrone. Fidatevi: in una società meritocratica voi e la politica sareste come Enzo Sculco e la legalità: inconciliabili. Ma qui, come già detto altrove, il nulla più assoluto è la norma che diventa grandezza. E con nulla non intendo l’essere nessuno (queste grandi analisi le lascio al più fallimentare dei politici, Maurizio Tricoli) bensì l’essere politicamente zero, dialetticamente banali, retoricamente intelligenti. Associare il fare politica alla capacità è un processo senza logica. E si sa che anche la logica ha i suoi diritti: qualcuno che li rivendichi al suo posto ci deve essere, altrimenti dovremmo rassegnarci ai mediocri che, con l’ausilio del banale e della retorica più bassa, travisano le realtà e azzoppano, con ricostruzioni grossolane e atteggiamenti imbarazzanti, lo spirito critico che spesso, da certe mentucce piccole, non viene capito nemmeno per sbaglio. Non a caso il dualismo tra l’avere consiglieri fresh e cool, che tolgono la giacca e vanno in discoteca, e un giornalismo storicamente incapace di fare opinione, non è stato colto bensì goffamente interpretato come moralismo, seriosità e tutta una seria di banalità aberranti e fuori contesto. La cosa grave è che si è scambiata una critica alla scarsa qualità della chiacchierata (triste, imbarazzante, priva di utilità per il pubblico) come una difesa del vecchiume e un attacco alle preferenze del consigliere con le cuffie: ecco la gioventù di copertina che siede in consiglio, che sa solo parlare di gggiovani, gggiovani, gggiovani, senza però arrivare a nulla che abbia un senso compiuto, un’autonomia. Hanno tutti una enorme caratteristica: la banalità disarmante che vive in loro. «Non è da tutti stare da lunedì al venerdì in comune, in maniera seria e diligente, per poi togliersi la giacca e andare a mettere i dischi»: una risposta senza senso (cosa c’entra con giornalismo e dibattito?) e per altro priva di originalità: abbiamo avuto i socialisti e Gianni De Michelis, il politico in discoteca – se proprio dobbiamo metterla su questo ridicolo piano – puzza già di vecchio.

Poi, pensandoci, è normale che sia così: uno sguardo aperto legge, uno chiuso e fazioso interpreta a proprio uso e consumo. Il punto era ed è un solo: spacciare la giovinezza come un valore, nel 2016, è un po’ come sentirsi grandi con le Bull Boys. Un ragionamento tale avrebbe avuto un senso nella Prima Repubblica, data l’ingessatura morale di quella classe dirigente lì, ma non oggi che appare invece come uno strumento per sopperire alla mancanza di contenuti nonché un mero tentativo di spacciarsi per gggiovane multitasking. Quando, di fatto, non ce n’è bisogno: i criteri di valenza sono altri e si riscontrano nell’ordinario non ostentato, non certo nell’improbabile straordinario. Questo, poi, è il giornalismo a voi tanto caro perché sprovvisto del più piccolo senso critico: insulse vetrine addobbate col niente, col finto, col retorico, con la fuffa.

In sostanza: fatevene una ragione. Il dibattito ha altre regole e voi, permettermelo, non le conoscete. Il vostro raggio visivo, tant’è limitato, vede “il personale” e “l’invidia”: tutto il resto è cancellato, non considerato, volutamente travisato. Per voi il giornalismo è quello del mellifluo, della ‘nduja, dei sorrisetti. Mentre la critica non esiste, voi volete solo elogi e interviste stomachevoli. Mi spiace, ma non è così che funziona: gli attori sociali sono molteplici e ognuno ha il proprio ruolo, piaccia o non piaccia. Che poi voi preferiate il salotto col focolare è un conto, ma fuori dalle pacche e dai reciproci favori c’è un mondo fatto di libertà individuali che contemplano anche quella intellettuale e dunque la critica.

Una cosa sola mi rammarica: essermi trovato costretto a parlare di tali bassezze su questo blog, dedicato ad altro di decisamente più Nobile e importante. Ma pazienza, quando un povero sculchiano attacca bisogna difendersi. Spronato anche dalla speranza che quello con le cuffie sarà di parola con se stesso e non sprecherà più tempo «con chi non lo merita». Non per altro ma gli riesce male anche questo.

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One thought on “Uno sculchiano con le cuffie capace solo di essere banale, banale, banale

  1. Non ti conosco personalmente ma mi mi “scialo” leggendoti,i tuoi attacchi alla “famiglia ” sono epici , ed ora l’attacco ai gg giovani ancora di più.Mi piacciono le tue analisi e tue bordate, continua così….

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