Pezzi di vita

Quando il fascismo ‘salvò’ mia madre dalla sua futura suocera

Nel penultimo post pubblicato qui, in cui ho raccontato un aneddoto con protagonisti mio padre e mio nonno materno, ho accennato alle tante coincidenze che legano e hanno legato la famiglia di mio padre con quella di mia madre. Oggi ne racconterò un’altra davvero curiosa e, personalmente, molto divertente.

Quella di mio padre, come già scritto in questo blog, apparteneva alla borghesia culturale di un tempo ormai andato. Mio nonno (mio omonimo) era un uomo di potere all’interno della macchina pubblica di questo Paese; mentre nonna, donna di una cultura incredibile e smisurata, era una docente e preside di ferro, dedita alla scuola in una maniera quasi maniacale. Conosceva i nomi dei suoi alunni a memoria, uno e per uno. Non si lasciava sfuggire nulla e per questo era odiatissima. Chi ha frequentato la Corrado Alvaro ai tempi della Zoppa sa di cosa parlo.

La famiglia di mia madre era invece di umili origini; nonno aveva la quinta elementare e nonna ha imparato a firmare più o meno 15 anni fa. Insomma, due mondi completamente opposti. A unirli, quantomeno a farli incontrare, ci pensò il fascismo. La Preside di Ferro, da buona riggitana, era una intellettuale fascista. Una che guardava a Giovanni Gentile per capirci. Mentre nonno Aniello era un fascista punto e basta. Uno di quelli che guardava a Mussolini forse solo per una questione carismatica. Insomma: nonna Pina aveva un’ampia cultura ed era fascista, invece nonno Aniello, la cui cultura era popolare, di strada, era fascista e basta.

Ma come fece il fascismo a farli incontrare anni prima che i rispettivi figli (mia mamma e mio padre) si conoscessero?

Mia mamma, più o meno dodicenne, frequentava la Corrado Alvaro. Mia nonna, come detto, era di una rigidità assoluta. Girava per i corridoi, per le classi: insomma, faceva di tutto per assicurarsi che tutto fosse in ordine. Un giorno successe che mia madre, nel salire le scale che portavano alla classe, si fermò a parlare con un suo amico per decidere cosa fare nel pomeriggio col resto della compagnia. Non ebbe nemmeno il tempo di iniziare la conversazione che venne immediatamente fulminata da un richiamo perentorio: «Persiani, sempre a parlare sei? Domani accompagnata dai genitori». La fine. Per mia madre il panico. Mio nonno a scuola avrebbe significato una plateale figuraccia per mia madre, dati i toni e modi non proprio da manuale delle buone maniere. Pensò addirittura al ritiro tanta era la paura che il nonno potesse farle fare una figuraccia di proporzioni bibliche, magari inveendo contro professori vari. Dopo tanti tentennamenti, anche con l’aiuto della nonna, si convinse a comunicare il tutto al nonno. Il mattino seguente, insieme, si recarono a scuola. Mia madre tremava. Era impaurita per tutto ciò che sarebbe potuto accadere. Voleva scomparire in quel momento ma dovette affrontare la cosa. Entrarono nella scuola e si recarono nell’ufficio della preside. Bussarono e non appena si aprì la porta, mio nonno e mia nonna – quasi in coro -, si salutarono con un affettuoso e sentito «Camerata mio/a». Da lì iniziarono a parlare e mia madre passò letteralmente in secondo piano. La sua paura scese di colpo e i due camerati – nonché futuri consuoceri e rispettivi miei nonni – diedero inizio a conversazioni che avevano a che fare con tutto tranne che col richiamo fatto il giorno prima dalla mia futura nonna a alla mia futura mamma.

Dopo una ventina d’anni i miei si incontrarono e si fidanzarono. E io, praticamente, nacqui per l’inglese. Un giorno lo racconterò.

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