Pezzi di vita

Lui mi sfotteva e io, quasi, gli tolsi un occhio

Non molto tempo fa ho ‘incontrato’ un’ex alunna di mio papà e così ho ritrovato nuova linfa per poter aggiornare questo blog – con i contenuti che merita davvero – e potervi (potermi) parlare di lui. Anzi, di noi. Storie di giornaliere prese in giro e, nella fattispecie, di una tragedia sfiorata.

Era una primavera di 13 – 14 anni fa. Io frequentavo le elementari al Principe di Piemonte e lui, per diversi problemi, aveva smesso di insegnare al liceo e ottenuto il trasferimento negli uffici. Praticamente lavorava nella stessa mia scuola in quello che una volta era l’Istituto Comprensivo “Anna Frank – Principe di Piemonte”. Era bellissimo intravederlo nei corridoi. Con un finto tono di voce arrabbiato e col dito puntato verso l’ultima porta del lunghissimo corridoio della scuola mi diceva sempre: «vai in classe!». E mi rideva. Rideva e scherzava sempre, mai triste, poche volte arrabbiato davvero. Ottimista per natura. E poi era un burlone e mi faceva un sacco di dispetti. Mi prendeva in giro perché sapeva che io mi arrabbiavo facilmente. Come quella volta (un lungo periodo in verità) quando mi fece credere che io sapessi l’inglese (lui lo parlava perfettamente, da autodidatta). Mi parlava in italiano ma con accento britannico, alla Stanlio e Ollio per intenderci. «Che vuol dire bicicletta?» – mi domandava con cadenza British – e io fiero rispondevo immediatamente: «Bicicletta». «Bravo», mi diceva lui. Quanto mi arrabbiai quando lo scoprii. Avrò avuto non più di cinque anni.

Così come quella volta che mi fece un gioco con un tappo di sughero. Era estate e avevamo mangiato sulla terrazza. A un certo punto prese in mano due tappi di sughero e mi chiese, consapevole avrei accettato subito data la mia presunzione, «Sei capace di fare quello che so fare io?». Ne diede uno a me e con l’altro iniziò a tamponarsi il viso. Prima le guance, poi il mento, la fronte e così via. Io lo seguivo a ruota. Non ce la fece più e iniziò a ridacchiare; io capii qualcosa, mi alzai e davanti allo specchio l’immagine della mia faccia completamente nera. Aveva bruciacchiato il mio tappo al solo scopo di farmi arrabbiare. Inutile dirvi che feci un casino, tipico dei bambini incavolati. Poi subito pace, non prima di avermi letto una storia (e siccome ancora non sapevo leggere se ne approfittava per prendermi in giro e inventarsi le cose che guarda caso coincidevano con me).

Insomma, non perdeva occasione per farmi arrabbiare. Quella volta però, in quella primavera di 13 – 14 anni fa, sfiorammo la tragedia. Come consuetudine facevamo i compiti insieme nella camera da letto. Avevo il mio banchetto affiancato al comodino e lì imparavo poesie, risolvevo problemini. Le solite cose. Quella sera mi addormentai nel lettone e lasciai tutto com’era: quaderni e penne sul banchetto, borsellino aperto. Non avevo messo niente in ordine. Il mattino seguente mamma si sveglia, prepara la colazione e inizia a chiamarmi più volte. «Alzati Antò, c’è scuola». «Un attimo mà, cinque minuti» La classica tiritera mattutina. Io dovevo andare a scuola ma lui no, quella mattina no. Occasione troppo ghiotta per lui: come se io fossi il suo fratellino più piccolo iniziò a prendermi in giro e a provocarmi con frasi del tipo «Dai, ora tu vai a scuola e io no. Dormo e mi abbraccio mamma». Frasi volutamente provocatorie. Io nel frattempo volevo dormire, non avevo alcuna voglia di alzarmi e andare a scuola. La cosa durò, ripetutamente, per qualche minuto fino a quando io, letteralmente scoglionato, presi la prima cosa a me vicina (in quel caso un Paper Mate blue) e senza vedere nulla lo colpì. A quel punto mi alzai, andai a fare colazione e poi scuola. Tutta la mattinata non pensai ad altro, sensi di colpa a gogo. Ero troppo dispiaciuto, mi sentivo un cattivo bambino.

La giornata scolastica finì e dunque mi incamminai verso casa (andavo e tornavo a piedi già dalla seconda elementare), feci discesa castello e appena arrivai alle scalette arancioni c’era lui, affacciato al balcone, con l’occhio bendato. Quasi piansi. Salii di corsa. Già dalle scale li sentivo parlare di medici, operazioni e tutta una serie di cose che lasciavano intendere epiloghi seri. Io rimasi lì, immobile, lui con quella benda bianca sull’occhio mi disse qualcosa del tipo «Sei contento? Hai visto che hai fatto?». Io non volevo ammettere la mia preoccupazione ma ero preoccupatissimo. La cosa si protrasse fin quando non confessarono che quella che a me sembrava una medicazione non era altro che un semplice pezzo di tenda messo a posta per farmi spaventare. In realtà la Paper Mate sfiorò appena la parte esterna dell’occhio, diciamo la zona del condotto lacrimale. La tragedia si evitò ma lo sfottò rimase sotto il nome de “L’occhio e la penna”. Ovviamente lo raccontò a tutti perché sapeva mi sarei infastidito.

Era così, mi amava e amava farmi i dispetti.

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