Pezzi di vita

«Professò, bellu professor i cazz ca si»

Aniello Persiani

Aniello Persiani

Mio nonno materno, Aniello Persiani, fu un personaggio noto in una Crotone oggi scomparsa. Un uomo che visse quasi per un’intera vita d’espedienti. Non si arrese mai alla fame anche quando alla fame bisognava arrendersi in una città poverissima, in un periodo in cui l’Italia – e soprattutto il suo meridione – faceva fatica. Lui, a suo modo, il pane lo trovava, lo portava e lo divideva. Le strade di Crotone, le case dei crotonesi, sono piene di storie, di aneddoti con lui protagonista. Uomo di mare e di strada: non più alto di un metro e sessanta, pelato (in foto è giovanissimo), pieno di tatuaggi, con la quinta elementare masticava addirittura l’inglese. Uno di quei personaggi che il sud partorisce per una sorta di patto naturale con l’universo: il classico meridionale romanzato, di cuore, di strada, a cui non piace essere vittima e prova sempre a farla franca. Per moltissimi anni (chissà, forse in virtù delle sue origini partenopee) fu praticamente l’uomo delle tre carte (la cartuccella) insieme a una ciurma di altri storici crotonesi (qualcuno si ricorderà pure i nomi). Raggirava i forestieri con il più antico dei trucchi: questa vince, questa perde, questa vince, questa perde. All’epoca era la normalità. Era un uomo genuino, diretto, franco, sui generis. Talmente storico che il suo nome di battesimo (Aniello) è diventato il cognome dei suoi figli (Anello): ad esempio mio zio Franco è per tutti Franco Anello e non Franco Persiani (molti direbbero «Chi?»). E l’Anello loro, col mio, non c’entra nulla: quello che segue ‘Belluomo’ fa davvero parte del cognome mentre quello appioppato ai miei zii e alle mie zie è la versione dialettale del nome ‘Aniello’ (dunque ‘Anell’ e poi, italianizzato, ‘Anello’), rimasto per sempre legato alla famiglia. Una delle tantissime coincidenze che spesso mi trovo a dover chiarire nonché una delle tante meraviglie di luoghi così piccoli.

Questo era mio nonno. Anzi, una piccola parte. Io, poi, l’ho vissuto poco ma ricordo il suo «carogna», seguito da una affettuosa carocchiola, ogni qualvolta mi vedeva. Il titolo di questo post è il finale di una partita a briscola in uno storico bar della città. Mio nonno e mio padre – incontratisi casualmente – in coppia contro altri due. Probabilmente c’era in palio qualcosa e dunque il nonno ci teneva particolarmente a vincere. Ma persero. La prima cosa che gli venne in mente fu quella di trovare un capro espiatorio, cosa che lui – genialmente – ricondusse alla professione di mio padre: «Professò, bellu professor i cazz ca si». Con un’ironia indiretta – ma che non trapelò – lasciò intendere una roba del tipo: Come, sei un professore e abbiamo perso la partita a carte? Immagino che professore, allora. Era un grande anche e soprattutto per questo: era involontariamente comico e pieno di risorse.

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