Pezzi di vita

«Casa tua era un porto. Un profumo di libertà fuori da ogni convenzione sociale»

Mamma e papà

Mamma e papà

Antonio, mi permetto di dirti qualche parola, perdona quella che è solo una mamma. Tu non ricorderai, sei stato anche a casa mia con mamma e papà. E ti ho riconosciuto dai lineamenti da bellissimo bambino che sono rimasti uguali, poi li ho collegati al cognome. Leggo quanto scrivi su tuo padre, è struggente. Ho letto anche altre volte ma solo ora ho deciso di scriverti. Stai ricostruendo il tuo puzzle per poterlo sentire, vedere, toccare ogni giorno accanto a te. Quello che fai è essenziale e dolcissimo, ma mi fa male. Mi commuove, vorrei potertelo restituire io. Ma posso solo aggiungere qualcosa che conferirà valenza obiettiva a quanto tu già sai e senti.

Mamma e papà si amavano, davvero. Lui le si rivolgeva da gentiluomo, lei lo guardava rapita. Lui l’accarezzava con lo sguardo, faceva battute, ci giocava. Una volta sono stata a casa tua, era un porto, la casa di tutti. Una comune di sorrisi, una condivisione che andava dal cibo alle testimonianze di vita. Un profumo di libertà fuori da ogni convenzione sociale. Varia umanità. Su tutto, il sorriso sornione di tuo padre, le battute mordaci, lo spessore culturale del quale si schermiva ma che toccavi in ogni sua parola. E quel senso di non giudizio che ti regalava anche solo con uno sguardo. Un signore, nel senso più alto e pieno. Non ho potuto frequentarlo a lungo, ero anch’io in un periodo particolare della mia vita. Però eravamo un po’ complici, nelle battute, negli sguardi distaccati ed ironici che non si rassegnavano al cinismo.

Lo porto dentro, da sorella che ha avuto il privilegio d’incontrarlo. Ma sii fiero anche della tua mamma, dell’umanità e del sorriso che sa regalare.

L’ultima volta lo incontrai in mattinata, sul lungomare. Bello, abbronzato, vestito di bianco con quei capelli candidi. Cominciò a sorridermi da lontano, scambiammo qualche battuta e mi disse felice: sai, ho sposato Loredana. Non dimenticherò l’espressione, era bello come il sole, bello di purezza. Aveva vissuto luce ed abisso, aveva deciso di donare al mondo solo il bagliore del suo amore per la gente, per la vita.

Gioiellino, spero di non essere stata invadente, se ho sbagliato, sappi che volevo passarti solo la mia piccola testimonianza, è tua di diritto e d’anima. Un abbraccio, anche alla tua bella mamma. E perdona se questa mail ti giunge come un intervento a gamba tesa, ma da mamma ho pensato che potesse farti bene.


Questo sopra è un messaggio arrivatomi su Facebook. Dopo averlo letto mi sono commosso forse come mai prima. A scrivere è Silvana, grande amica di mio padre. Senza dubbio il ritratto più sincero e profondo che qualcuno abbia mai fatto di lui. Quella casa come «porto» dove la libertà era «fuori da ogni convenzione sociale» è probabilmente la cosa che più mi manca di quei tempi. Mi logora non averla vissuta abbastanza e in maniera più cosciente. Un vero e proprio spettacolo sociale dove si respirava vita piena, vera, ogni sera. Dove si mangiava, si beveva e si discuteva. Si arriva e si usciva. Si prendeva e si portava. Tutti insieme, intorno al tavolo della cucina d’inverno e a quello della terrazza d’estate. Quella terrazza che lui amava perché dava sul mare e che da sola lo convinse a compare quella casa alla marina dopo aver venduto quella dei genitori in via Torino. Dibattiti, discussioni, racconti, con gli amici più diversi, di ogni estrazione sociale e culturale. «Tu hai i fascisti in testa», «Sei un ciuccio presuntuoso». Quante ne sentivo, quante se ne dicevano, quante ne ho dimenticate. Riportare quella vita vissuta in quella casa non è facile perché difficile è avere quella grandezza d’animo unita all’impellente e innata necessità di stare a contatto col mondo. Ma forse un giorno ci riuscirò.

Grazie ancora Silvana perché mi hai restituito un pezzo di lui che altrimenti non sarei mai riuscito a mettere nero su bianco.

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