Pezzi di vita

Quel Nokia 3310 e l’ultimo «ti voglio bene anch’io»

Mariano Belluomo Anello

Mariano Belluomo Anello

Un po’ come se l’avesse data un notiziario. «Si è spento alle 7:15 di questa mattina, 3 aprile 2004, il professore Mariano Belluomo Anello. All’età di 54 anni lascia una moglie, un figlio e una infinità di libri». Ho sempre immaginato una cosa del genere, perché ho sempre considerato mio padre una persona importante. Quantomeno per me.

La prima a saperlo fu ovviamente mia madre. Erano ormai due settimane di fila che dormiva in ospedale. Gli faceva le notti, come si dice in questi casi. Io dormivo beato quella mattina. Nel lettone. Insieme a mia sorella (figlia di mia madre) che intorno alle 8:00 mi svegliò dicendomi che non sarei andato a scuola. Ero felicissimo. Mi sarei goduto il lettone per un altro po’ di tempo e verso le 9:00 avrei iniziato il consueto giro dei citofoni che si faceva quando uno di noi non andava a scuola: si scendeva con la speranza di trovarne almeno un altro di amico rimasto a casa così da poter fare una tirata fino alle 13:00 giocando a pallone per strada. Quella mattina, però, non mi godetti nemmeno più di tanto il caldo rassicurante delle coperte. Helen – mia sorella – mi disse che tra un po’ sarebbe venuta a prenderci Zia Rosetta; sorella di mia madre nonché una sorta di mia seconda mamma. Le chiesi il perché ma si limitò a dirmi soltanto che saremmo andati in ospedale a trovare Mariano. Lei lo chiamava così, per nome.

Non pensai minimamente che quelle parole potessero essere un palliativo. Non avevo modo di dubitare. Anche se, col senno di poi, un po’ avrei dovuto capirlo. Il giorno prima infatti, il 2 aprile, dopo l’abituale visita in ospedale, verso le 8:00 di sera, dall’utenza di mia madre, Antonio, un mio amico, ricevette una chiamata. Non so perché quella sera non avessi appresso il mio Nokia 3310; a ogni modo tutti noi avevamo memorizzato in rubrica il numero dei rispettivi genitori e viceversa. Era prassi. Ho i ricordi di quei momenti nitidi come un film appena visto. Ci trovavamo alla Lega Navale, altezza Scivolo. Non c’era giorno che non passavamo le nostre serate da quelle parti. Antonio prese il suo Nokia in mano e mi disse: «Belluò, tua madre». Me lo passò. Risposi:

– «Pronto mà»

– «Bello mio sono papino, me ne vuoi bene?»

– «Sì che te ne voglio pà»

– «Sicuro?»

– «Tantissimo»

– «Anche io te ne voglio gioia, ci vediamo domani. Buonanotte»

– «Buonanotte pà, ti voglio bene. A domani»

Quella fu l’ultima volta che lo sentii. L’ultima volta che sentii la sua voce, la sua dolcezza nei miei confronti. Mi chiamò probabilmente perché consapevole che avrebbe superato la notte a fatica, domandandomi se gli volessi bene davvero. Non smetterò mai di ringraziare Antonio perché con me in quel momento, così come la tecnologia che ci ha reso la prima generazione di ragazzi con i telefonini in tasca.

Giugno 2004: Antonio, Maurizio, Michele, io, Giovanni

Giugno 2004: Antonio, Maurizio, Michele, io, Giovanni

Intanto si erano fatte le 10:00 del mattino. Arrivò mia zia e andammo in ospedale. Dopo  qualche tempo venni a conoscenza che per una piccola manciata di minuti non incontrammo l’attacchino dei manifesti sotto casa. Il tragitto in macchina non lo ricordo proprio. L’ho rimosso. Probabilmente perché la vissi come una delle solite uscite in macchina. Una volta arrivati all’ospedale mi resi subito conto che qualcosa non andasse: non stavamo entrando dalla porta principale ma da quella posteriore. Dall’obitorio. Non feci nemmeno dieci passi dal predellino dell’auto che dai cespugli uscì mia madre. Con le braccia aperte, china sulle ginocchia (come mio padre quando mi aspettava fuori dal Principe di Piemonte per abbracciarmi e portarmi a casa), non ebbe nemmeno il tempo di parlare che scoppiò prima in lacrime e, stringendomi forte, a fatica riuscì a dirmi: «Papà non c’è più». Un fiume di lacrime fu la mia prima reazione estrema. Ma non volevo crederci. Non era possibile. Quello che consideravo l’uomo più intelligente del mondo non poteva essersene andato. Lo vedevo alla stregua di come si guarda oggi a Google. In quella testa aveva la risposta a tutto. Sempre.

Scesi la piccola discesina che porta alla camera ardente e lì trovai la ressa dei parenti. Tutti mi abbracciavano, mi baciavano. Si trattava di zii e cugini materni in quanto quelli di mio padre risiedono in altre città. Ricordo la presenza di Umberto Belluomo Anello, cugino di mio padre che conobbi nel primo viaggio che facemmo tra il reggino e il vibonese.

Era lì, sdraiato, con la barba fatta e il codino accorciato (sacrilegio!). Niente di diverso da un qualunque defunto. Lo baciai semplicemente sulla fronte una sola volta. E oggi, sempre con quel maledetto senno di poi, me ne pento tantissimo. Dovevo posarmi su di lui e staccarmi il più tardi possibile. Che idiota che sono stato.

Mariano Belluomo Anello, trentenne

Mariano Belluomo Anello, trentenne

Rimasi lì un paio d’ore. Andammo a casa per poi ritornare nel pomeriggio. I ricordi però mi portano direttamente al mattino seguente, il giorno dei funerali. Nella chiesetta del Santissimo Rosario tanti amici e vicini di casa. Fuori due maestre con il resto della 5° C. La maestra di matematica, la Iozzi, mi abbracciò e rassicurò mia madre che per il ritorno a scuola non ci sarebbero stati problemi di tempo. Lei però ringraziò e garantì alla maestra che nemmeno un paio di giorni e sarei rientrato tra i banchi. Quegli ultimi due mesi di scuola unitamente agli esami di licenza elementare (quella del 1993 fu l’ultima generazione e doverli tenere) li ricordo perfettamente. Io facevo tutti i compiti con mio padre. Non c’era giorno che li saltavamo. Anche gli ultimi tempi in ospedale, quando andavo a trovarlo nel pomeriggio, portavo dietro i libri. Per me era normale studiare insieme a lui. Perché non facevamo semplicemente i compiti. Era qualcosa di più. Era un continuo digredire, un continuo citare, un continuo ricordare. Inevitabilmente in classe arrivavo “a sapere” sempre qualcosa in più dei miei compagni in merito a ciò che si era studiato il giorno prima. Era un immergerci tra dovere e piacere dove la fatica (e la noia) di stare a casa e fare i compiti, anziché scendere subito sotto a giocare, non la percepivo affatto. Tutto merito suo.

Uno dei "regali" che gli portavo durante la decenza

Uno dei “regali” che gli portavo durante la degenza

La memoria è uno strumento straordinario che sorprende sempre. E’ capace di appigliarsi e non staccarsi più da certi momenti. In ogni caso se non fosse stato per quel Nokia 33100 non avrei avuto un suo ultimo ricordo così nitido, una sua ultima manifestazione d’amore pura e vera.

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6 thoughts on “Quel Nokia 3310 e l’ultimo «ti voglio bene anch’io»

  1. Io poso dirti che, sono stato fortunatissimo ad incontrarlo durante il mio cammino. E vero era un uomo straordinario senza pregiudizi. Aveva sempre una risposta ad ogni domanda e quando parlava aveva la capacita di far zittire tutti, un uomo straordinario con lui ho’ trascorso notti intere a parlare senza mai sentirrmi stanco di ascoltarlo anzi non l’avrei mai fatto smettere, perche le sue parole erano poesia per le mie orecchie, ed era l’unico a nn farmi pesare la mia diversita’. Antonio la vita e stata avversa con te, eri piccolo ed io lo ricordo benissimo ma nn smettere mai di credere che lui sara sempre con te t v b per me siete stati come una seconda famiglia un abbrqccio forte. pasqualino il napoletano cosi mi chiamava il tuo papa

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    • Pasqualì, ricordo tante giornate tutti insieme. Quanti bei ricordi. Anche di te quando lavoravi in tribunale. Abbiamo tutti un bel grande ricordo di te. Grazie per queste belle parole, grazie per avermi ricordato un altro pezzo.

      Un grande abbraccio, ti voglio bene.

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