Pezzi di vita

Quel giorno a Motta Filocastro con mio padre

Figlio di Giuseppina Malara, insegnante e preside, donna di estrema cultura, detta ‘a zoppa per il suo passo claudicante a causa di una caduta, e di Antonio Belluomo Anello, detto Nuzzo, insegnante, viaggiatore, inguaribile corteggiatore, uomo di cultura e potere. Si racconta che il suo anello, a contatto col vetro dei grandi uffici romani, fosse una specie di passepartout. Molto amico della Farnesina.

Mariano Belluomo Anello

Mariano Belluomo Anello

Mariano Belluomo Anello, insegnante, nasce a Crotone il 19 maggio 1950. Lo stesso giorno di trentasei anni dopo rimase orfano del padre. Il 19 maggio e la famiglia Belluomo Anello hanno da sempre avuto a che fare. In questa data infatti, è nato anche Zio Prete, fratello di mio nonno. Monsignor Salvatore Belluomo Anello, alto prelato di Calabria, «Cameriere segreto del Papa». Tra mio padre e Zio Prete c’era un rapporto di complicità unico. A undici anni gli insegnò a guidare. A quindici la prima sbronza. A diciotto gli regalò la prima automobile. In paese e in provincia lo chiamavano «il prete dalle mani bucate»: dilapidò l’intero patrimonio familiare per la Chiesa e per gli abitanti della diocesi. Quando con mio padre – qualche anno prima che morisse – andammo in viaggio da quelle parti ci dissero che da lì a poco avrebbero dedicato una piazza allo Zio e all’inseparabile sorella Sarina. E proprio in quel viaggio, tra le provincie del reggino e del vibonese, le zone di origine della mia famiglia, vidi piangere mio padre per la prima volta. Forse l’ultima.

Ci trovavamo a Motta Filocastro, frazione di Limbadi (VV). Era un pomeriggio estivo del 2000, credo. Non ricordo chi cercavamo esattamente. Probabilmente eravamo alla sola ricerca di un passato nostalgico. All’improvviso entrammo in un bar che come insegna aveva la sola (vecchia) scritta “Motta”, quella dei gelati confezionati. Era l’unico negozio aperto. Un locale in penombra con i raggi del sole che, sull’uscio della seconda entrata, lasciavano intravedere i granelli di polvere fluttuanti. Dietro il bancone una donna molta anziana. La classica donna anziana mediterranea: capelli grigi con qualche sfumatura di nero, raccolti a cipolla, un viso profondamente scavato dalle rughe e addosso una veste celestina. Non appena mio padre si tolse gli occhiali, la donna aprì la bocca e sbatté le mani, come per dire «non ci posso credere!». Uscimmo fuori e subito dopo l’inizio della conversazione mio padre finì in un pianto vero, molto bello da vedere sul viso di un cinquantenne. Con la mano sinistra teneva in mano i suoi Web grigi, e con l’indice e il pollice dell’altra si asciugava le lacrime. Chissà cosa si dissero, chissà che ruolo ebbe quella donna nella sua infanzia.

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3 thoughts on “Quel giorno a Motta Filocastro con mio padre

  1. Cosa dire di un racconto del genere: sembrano le parole scappate da una novella di Pirandello. Rivivo la mia infanzia vissuta vicino ad una parte dei tuoi personaggi. Da quando ti ho conosciuto che eri un bimbo sapevo che un giorno avresti seguito le orme del tuo papà: LA CULTURA.

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  2. Caro Antonio, ho inconsapevolmente scoperto questo tuo blog, insieme a mia moglie, solo da poco.
    Il mio non è un commento a quanto hai scritto con molta tenerezza, ma se mi consenti solo una mia modesta riflessione su una persona fantastica che abbiamo avuto la fortuna di conoscere e frequentare quotidianamente ai tempi del liceo, in quanto compagni di classe.
    Di lui ricordiamo, con orrore, un viaggio in Citroen Pallas con cui ci fece letteralmente ca…re sotto dalla paura per le strade di Capocolonna, ma sopratutto la sua spensieratezza, unita alla contestazione del sistema ingessato e autorevole, del resto tipica dei quei periodi.
    Era una Crotone diversa, più noiosa forse, ma ci si divertiva con poco perchè l’amicizia aveva un grande valore e lui era un grande amico.
    Ci siamo persi di vista, come è accaduto con altre decine di altri nostri amici e compagni di classe. Ma ciò non toglie che continuiamo a ricordarlo con affetto e nostalgia. Specie mia moglie alla quale era particolarmente legato.
    Scusami se ti ho rubato del tempo, ma ho scritto con quell’ ìmpulso tipico del mio carattere. Del resto sono un giovane anziano. Ora i vecchi li chiamano cosi per farli illudere che il tempo non passa inesorabile. Mi piace pensare, però, che i ragazzi sessantottini del glorioso Liceo Pitagora avranno un posto privilegiato nell’aldilà.
    Ciao

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